
L’effetto Troxler funziona così: se fissi un punto abbastanza a lungo, la periferia del campo visivo svanisce. Non perché non ci sia: perché il cervello smette di processarla.
Il Medio Oriente è il punto fisso. Quello che segue è la periferia che stiamo lasciando sbiadire.
Non è una serie di crisi separate. È un arco che si chiude su se stesso, da est a ovest, dal Corno d’Africa al Sahel. Ogni nodo instabile amplifica i nodi adiacenti. Nessun firewall. Nessuna regia.
Un sistema che si autoalimenta nell’invisibilità informativa occidentale.
Chiamiamola con il suo nome: la Terza Guerra d’Africa. La seconda fu il Congo, 1998-2003, nove paesi coinvolti, cinque milioni di morti, zero attenzione occidentale. Stessa logica.
Per questo ho titolato questo sistema di conflitti attuali Terza Guerra d’Africa. Va segnalato che nella storiografia tradizionale tale denominazione indica invece la seconda guerra italo-etiope (1935-36), con cui il fascismo italiano occupò l’Etiopia. La Prima fu la guerra del 1895-96, conclusa con la sconfitta italiana ad Adua.
La numerazione che uso in questo articolo è consapevole e dichiarata: parte dal Congo come secondo conflitto continentale per scala e vittime. Il pattern però non cambia: l’Africa come teatro di guerra, invisibile all’Occidente. Dal 1895 ad oggi.
Terza anche in quanto un pezzo di una potenziale guerra mondiale.
NOTA: quello che segue è il bollettino di guerra in Africa. Da considerarsi ovviemante una panoramica non esaustiva, ma punti d’accesso per poter avere visione del quadro attuale come spunto di riflessione. La maggior parte delle fonti non è italiana: anche questo è una peculiarità che fa emergere lo stato informativo parziale che orienta la visione della realtà. Ho scritto un recente aggiornamento sul Corno d’Africa.
Notizia 1: Il Sahel è diventato la regione più letale al mondo per quanto riguarda il terrorismo, con quasi la metà di tutte le morti globali che si verificano in quest’area. Ciò segna un cambiamento a lungo termine, che allontana il terrorismo dal Medio Oriente e dal Nord Africa, come dimostrano i dati recenti.
“L’epicentro del terrorismo si è spostato dal Medio Oriente e dal Nord Africa alla regione del Sahel, nell’Africa subsahariana” & “il Sahel ha subito un aumento di dieci volte delle vittime del terrorismo dal 2007”.
Notizia 2: In aggiunta un approfondimento settimanale sulle attività terroristiche nel Sahel e nell’Africa subsahariana, con analisi aggiornate su Sudan, DRC, Nigeria e Mali.
“Quello a cui stiamo assistendo non è una riduzione della capacità jihadista, bensì una transizione dagli attacchi mordi e fuggi a sistemi di controllo” ha dichiarato Alidou Werem, ricercatore specializzato nel Sahel, a The Africa Report .
“Questi gruppi non sono più solo attori violenti; stanno diventando poteri locali radicati”
L’analista Jessica Moody aggiunge:
“Nessun quantitativo di aiuti militari pesanti risolverà il conflitto che vediamo nel Sahel eppure sia la Russia che gli Stati Uniti sembrano principalmente interessati a fornire un aiuto di forza bruta, parlando ben poco di strategia”
SOMALIA & Regione del Sud Ovest
Ieri le forze federali e le forze regionali si sono sparate. Con fucili. Fucili egiziani, forniti nell’ambito dei “corpi di pace” anti-al-Shabaab, riconvertiti in poche ore per uso interno.
È la forma perfetta della proxy war che si autorigenera: le armi cambiano funzione nel momento in cui toccano terra.
L’Egitto arma la Somalia contro al-Shabaab. La Somalia usa quelle armi contro se stessa. Al-Shabaab osserva.
NOTA: gli USA hanno bombardato per 3 giorni consecutivi, attacchi record nel 2025
Somaliland
Il Somaliland è stato recentemente riconosciuto da Israele: qual é la moneta di scambio? Logistica molto probabilmente. E’ affacciato al Golfo di Aden, di rimpetto c’è lo Yemen e gli Houti. A nord c’è Gibuti (Djibouti) con lo stretto di Bab el-Mandeb per accedere al Mar Rosso.
Il riconoscimento era stato proposto anche dal senatore Ted Cruz negli Stati Uniti: mossa denunciata come prepotenza da parte della Cina.
Le tensioni tra Somalia ed Etiopia sono solo sospese: l’Etiopia voleva riconoscere il Somaliland in cambio di accesso al mare con un suo porto esclusivo, dopo che Eritrea, Gibuti e la stessa Somalia avevano precedentemente rifiutato. La Somalia per questo aveva promulgato una normativa per rendere illegale tale accordo.
A seguito del memorandum Somaliland Etiopia ci furono delle attività politiche come mezzo di rivendicazione e deterrenza tra la regione separatista e il governo della Somalia: il Somaliland infatti aveva annunciato che vietava alle compagnie aeree che richiedono visto elettronico somalo di entrare nel loro spazio aereo. Il governo somalo ha categoricamente escluso la partecipazione etiope dall’AUSSOM (Missione di Sostegno e Stabilizzazione dell’UA in Somalia) a causa del memorandum, considerato dalla Somalia come una violazione della propria sovranità.
Ecco che l’Egitto ha avuto occasione per accordi con la Somalia sostituendo le sue forze con quelle etiopi: 10.000 soldati e fornitura d’armamenti.
Il cerchio si chiude con la notizia di inizio capitolo sulla Somalia.
ETIOPIA & Regione Oromia : East Shewa & distretto di Dugda
Jawar Mohammed, leader oromo, scrive su X:
“il fronte della guerra civile non è più confinato alle remote aree di Wallaga e Guji. È arrivato nell’East Shewa. Dugda è a 60 km da Adama. Adama è il nodo logistico che connette Addis Abeba a Gibuti, l’arteria commerciale principale dell’Etiopia. Se East Shewa si consolida come zona di conflitto attivo, il problema smette di essere “ordine pubblico in Oromia” e diventa pressione strutturale sul cuore dello stato etiopico.”
Contemporaneamente, l’ENDF apre il fuoco con elicotteri da combattimento sulle posizioni OLA a Dugda. Usa potenza aerea perché non può, o non vuole, tenere il terreno con la fanteria. Poi diploma migliaia di miliziani locali per “colmare il vuoto” lasciato dal ritiro delle forze regolari. Quelle milizie non si smobilitano facilmente.
Regione Amhara, Gondar meridionale
Oggi: almeno cinque funzionari locali uccisi, tra cui amministratori distrettuali, in un attacco di militanti nella zona di Gondar meridionale. Fano non è scomparso nonostante le aperture negoziali. Colpire gli amministratori distrettuali è un messaggio preciso: lo stato non riesce a proteggere i propri rappresentanti locali.
Sono tre anni che il conflitto tra le forze di sicurezza governative e le forze armate di Fano non si risolve. Il premier etiope Abiy Ahmed combatte su due fronti interni simultanei: Oromia e Amhara con un esercito che cede terreno in un caso e usa l’aviazione nell’altro.
Tigray : tensione statica & Eritrea
Arsenali schierati. Uomini pronti. L’accordo di Pretoria non viene rispettato. Il Tigray occidentale rimane occupato dalle forze governative e militari amhara.
Gli sfollati sono ancora sfollati, quasi 1 milione su una regione di circa 7 milioni di persone: sono passati più di 3 anni dalla fine della guerra genocida (nov2020//nov2022) con 800.000 persone uccise e dimenticate dal palcoscenico di teatro internazionale: le famiglie, le persone attendono giustizia.
Gli sfollati continuano a morire di fame e stenti: più di 330 persone morte a Hitsats, 125 ad Adwa, mentre i coordinatori avvertono del peggioramento della crisi umanitaria
Nel Tigray, i ritardi di bilancio lasciano scuole, ospedali e operazioni umanitarie del Tigray in una situazione di stallo I dipendenti pubblici del Tigray non ricevono lo stipendio da mesi a causa dei ritardi nei finanziamenti federali che hanno bloccato scuole, ospedali e servizi pubblici.
La staticità non è pace: è pressione accumulata senza valvola.
SUD SUDAN : Upper Nile, Jonglei, Juba
Marzo 2025: Kiir fa arrestare Machar nella sua residenza di Juba, con un convoglio militare guidato dal ministro della difesa. Lo SPLM-IO ha immediatamente dichiarato l’accordo di pace del 2018 non più in vigore. A settembre il braccio armato di Machar ha attaccato una base dell’esercito governativo nell’Upper Nile, regione strategica per le risorse petrolifere, riaccendendo le divisioni etniche tra Nuer e Dinka.
La situazione più grave è quella di Jonglei, dove da dicembre scontri violenti vedono contrapposti l’esercito governativo e gli uomini fedeli a Machar, supportati dalla White Army, milizia locale Nuer. L’ingresso di truppe ugandesi a Juba su richiesta di Kiir, additato dallo SPLA-IO come violazione dell’embargo ONU sulle armi, ha ulteriormente deteriorato il quadro.
Il Sud Sudan non ha riserve di resilienza. È uno stato che non ha mai consolidato la propria statualità. I flussi di rifugiati dal Sudan entrano. Le armi circolano. La frontiera è permeabile in entrambe le direzioni.
Il vicepresidente del Sud Sudan, il Gen.Taban Deng Gai ha dichiarato di non essere riuscito a incontrare il presidente Salva Kiir Mayardit per quasi un anno, attribuendo la colpa all’ostruzionismo di funzionari all’interno dell’Ufficio del Presidente.
Medici Senza Frontiere lancia l’allarme catastrofe mentre migliaia di persone fuggono dalla violenza: l’escalation di violenza ha costretto almeno 25.000 persone a rifugiarsi nella città di Chuil e altre 28.000 a Minkaman, molte delle quali sono fuggite più volte. I livelli di malnutrizione in queste aree hanno raggiunto livelli “allarmanti”, con il 54% dei bambini sotto i cinque anni esaminati a Chuil risultati affetti da malnutrizione acuta.
UNOCHA Sud Sudan riporta che:
- 268.000 persone sfollate in cinque stati
- Circa 132.000 persone hanno perso l’accesso ai servizi sanitari
- Operazioni umanitarie sospese a causa del conflitto
- L’assistenza umanitaria è aumentata nei luoghi di sfollamento
SUDAN : Paese devastato
Dal 15 aprile 2023 la SAF – Sudanese Armed Forces contro la milizia del RSF – Rapid Support Forces. Guerra civile in corso iniziata col tentato golpe delle RSF. Khartoum distrutta. Il Darfur sotto RSF. Milioni di sfollati e 25 milioni di persone dipendenti dal supporto umanitario, in attesa: i più numerosi al mondo in questo momento.
Un devastante raid aereo contro l’ospedale di Ed Dain, nel Darfur orientale, ha ucciso almeno 64 persone, tra cui bambini e donne incinte, nel primo giorno di Eid al-Fitr. L’attacco ha reso inutilizzabile il principale centro medico della regione, lasciando migliaia di persone senza assistenza.
I droni dell’esercito sudanese, utilizzati per la ricognizione e gli attacchi di precisione, provengono principalmente dall’Iran, come il drone da combattimento Mohajer-6, fornito alle Forze Armate sudanesi alla fine del 2023.
La guerra sudanese non è un evento: è un generatore di instabilità regionale continua che alimenta ogni nodo confinante: Ciad, Sud Sudan, Etiopia, Egitto, Libia.
Gli Emirati Arabi Uniti lavorano per diversificare le proprie vie di rifornimento alle RSF per sostenere la guerra attraverso la Repubblica Centrafricana, l’Etiopia e il Sud Sudan, allontanandosi al contempo dal Ciad e dalla Libia, dissipando la convinzione che la guerra con l’Iran avrebbe distratto dal Sudan. Qui un reportage
E i sudanesi sfollati? L’improvvisa decisione del governo ciadiano di chiudere il confine orientale con il Sudan ha lasciato migliaia di sfollati intrappolati in un limbo umanitario, stretti tra un conflitto in escalation e una porta d’accesso alla salvezza chiusa.
La chiusura del valico di Adre a febbraio, un tempo principale via di fuga per coloro che scappavano dalle violenze in Darfur, ha trasformato un luogo di speranza in una barriera militarizzata. Le famiglie si ritrovano ora bloccate all’aperto, alle prese con una grave carenza di cibo e riparo.
N’Djamena sostiene che la decisione fosse necessaria per proteggere la sovranità nazionale in seguito alle ripetute incursioni dei combattenti sudanesi. Tuttavia, per le centinaia di famiglie che arrivano ogni giorno, la chiusura rappresenta una potenziale condanna a morte.
CIAD
Ha schierato armamenti e uomini al confine con il Sudan. Non è chiaro contro chi: ha relazioni e debiti con SAF e RSF simultaneamente. Ha subito attacchi da entrambi. È l’esempio più nitido di un attore che non può scegliere un’unica fedeltà perché è intrappolato nella geometria del conflitto circostante.
La decisione fa seguito a un attacco di droni che ha causato la morte di 16 civili in territorio ciadiano. La repressione segue l’attacco di mercoledì nella città ciadiana di Mabrouka, che ha causato 16 morti e decine di feriti. Si sospetta che l’attacco sia stato condotto da un drone delle Forze di Supporto Rapido (RSF), un gruppo paramilitare sudanese.
Fonti locali hanno riferito al Sudan Tribune che l’esercito ciadiano ha condotto perquisizioni casa per casa alla ricerca di armi nella zona di Tine.
Le autorità hanno anche arrestato diversi rifugiati sudanesi sospettati di essere coinvolti in disordini legati alla sicurezza. Circa 200 veicoli militari sono stati dispiegati lungo il confine. Testimoni oculari hanno riferito che alcune unità ciadiane sono entrate in territorio sudanese per confiscare equipaggiamento militare durante l’operazione.
NIGER
L’ambasciata tedesca ha chiuso e spostato i propri referenti in Burkina Faso. È una scelta burocratica paradossale: il Burkina è, se possibile, più compromesso del Niger sul fronte jihadista. Segnala una ridefinizione europea delle priorità diplomatiche completamente disconnessa dalla realtà sul terreno.
Le basi USA rimangono, formalmente. Ma la presenza militare americana nella regione è sempre più un ancoraggio senza territorio attorno.
L’anno scorso, due donne europee sono state rapite ad Agadez e un cittadino americano è stato sequestrato nel cuore di Niamey.
Ad Agadez presso il “centro umanitario” in mezzo al deserto, a 15 km dalla città e dai servizi, i rifugiati stanno pacificamente protestando, adulti e bambini da più di 500 giorni per chiedere tutela per i diritti come esseri umani, violati dalle autorità governative nigerine. Il centro è senza muri, ma le persone sono bloccate da volontà politiche europee e quel luogo, crocevia di anime, è eredità di accordi siglati Minniti 2017. #KeepEyesOnAgadez
NIGERIA
Almeno 23 persone sono state uccise e 108 ferite in una serie di presunti attentati suicidi a Maiduguri, capitale dello stato di Borno, nel nord-est della Nigeria, secondo quanto riferito dalla polizia. Le esplosioni sono state tra gli attacchi più letali che Maiduguri abbia visto negli ultimi anni.
L’esercito nigeriano ha attribuito l’attacco a militanti del famigerato gruppo Boko Haram.
Boko Haram ha avuto origine a Maiduguri, città che è diventata l’epicentro dell’insurrezione del gruppo islamista, iniziata nel 2009.
BURKINA FASO & MALI : Sahel occidentale
RFI ha scritto ieri: dal 2007 la fascia del Sahel è diventata dieci volte più pericolosa per il terrorismo. Non è una progressione lineare: è una trasformazione strutturale. Il jihadismo saheliano non si espande: si radica. Riempie gli spazi lasciati dalla ritirata degli stati. Ed è esattamente quello spazio che lo stato, ovunque in questo arco, sta abbandonando.
CONGO-K & RWANDA : Nord e Sud Kivu, asse Goma-Bukavu-Uvira
Gennaio 2025: M23 entra a Goma. Tra 900 e 2.000 morti. Poi cade Bukavu. Poi Uvira. Droni, artiglieria, 74 civili morti secondo l’ONU. 400.000 persone sfollate.
M23 è supportato da Kigali. Il Rwanda nega. Si stimano tra 4.000 e 7.000 soldati RDF in Congo. Nel cimitero militare di Kigali le immagini satellitari mostrano almeno 600 nuove tombe dall’inizio dell’offensiva.
Giustificazione ufficiale: neutralizzare le FDLR, i Hutu del genocidio ’94 rifugiati in Congo. Gli analisti concordano: FDLR non è più una minaccia reale per Kigali. Quello che M23 controlla invece è misurabile: la miniera di Rubaya, circa il 25% del coltan mondiale.
A marzo 2026 gli Stati Uniti hanno imposto sanzioni all’intero esercito rwandese. Il processo di pace del 2025 non ha fermato nulla.
Il Burundi guarda con terrore: i proxy rwandesi avanzano nel Sud Kivu, Bujumbura è a un passo.
Il Congo-K non è periferia. È il centro di gravità minerario di questo sistema. È dove fu combattuta la Seconda Guerra d’Africa (1997/2003). È dove si combatte la Terza.
LE INGERENZE : chi guarda davvero
Dire che “noi guardiamo altrove” non è del tutto preciso. Qualcuno guarda: solo con occhi diversi.
FRANCIA: ha perso la guerra nel Sahel sul terreno. Dal Mali al Niger, passando per Burkina Faso, Ciad e Costa d’Avorio, Parigi è stata espulsa da tutti i paesi del G5 Sahel. Il vuoto lasciato però non è neutro: è stato riempito da Russia, Turchia, UAE e dal jihadismo che Barkhane avrebbe dovuto contenere. Resta una base a Gibuti e Macron chiama questo “riorganizzazione“. Nel mentre anche il ritorno francese con una nuova strategia di addestramento militare nell’Africa centrale. Stessa logica, nuova geografia.
ITALIA & il Piano Mattei: Meloni parla di cooperazione “non predatoria, non paternalistica, non caritatevole”. Il Piano si estende nel 2026 a Congo e Rwanda. Congo e Rwanda insieme, nello stesso piano, mentre M23 supportato da Kigali occupa il Kivu.
Ma la voce più tagliente non viene dall’opposizione italiana. Moussa Faki Mahamat, presidente della Commissione dell’Unione Africana, presente al vertice Italia-Africa di Roma, ha dichiarato pubblicamente: “Avremmo voluto essere consultati.”
I leader africani erano stati convocati a Palazzo Madama per ricevere un piano già scritto: for Africa, non with Africa.
Oltre 80 organizzazioni della società civile africana, guidate da “Don’t Gas Africa“, hanno inviato una lettera congiunta al governo italiano, avvertendo che l’esclusione delle prospettive africane dalla formulazione del Piano “non solo mina lo spirito di rispetto reciproco, ma perpetua un ciclo di disuguaglianza“.
Il focus energetico del Piano non è sulle rinnovabili per i 600 milioni di africani senza elettricità. È sul gas: per la sicurezza energetica europea. L’amministratore delegato di ENI era in prima fila al lancio. Il cambio di paradigma ha lo stesso odore del vecchio paradigma. Solo con un nome più nobile.
Sarebbe semplice inserire qualche link di articoli della stampa italiana sul Piano Mattei, ma ancor più interessante leggere la controparte, magari direttamente da fonte informativa africana: Il piano italiano da 6 miliardi di dollari per l’Africa è solo una mossa neocoloniale dettata da ragioni di immagine?
USA: Il 19 marzo 2026 il Dipartimento di Stato pubblica il documento ufficiale “America First in Africa”. Nick Checker, Senior Official del Bureau of African Affairs, dichiara che l’approccio Trump è guidato dalla Strategia di Sicurezza Nazionale 2025: “modesto negli obiettivi, chiaro negli interessi, disciplinato nei limiti.” Traduzione: l’Africa interessa nella misura in cui serve gli interessi americani.
L’agenda concreta ruota attorno alle materie prime critiche: Rubio ha ospitato un “critical mineral ministerial” con forte rappresentanza africana. Congo e Rwanda, di nuovo insieme, in un “Regional Economic Integration Framework”. Mentre M23 occupa il Kivu.
Il rovescio della medaglia: Trump ha richiamato oltre 13 ambasciatori dal continente africano, lasciando decine di sedi senza rappresentanza confermata dal Senato. “In ogni paese dove abbiamo una vacancy, la Cina ha un ambasciatore” parole della senatrice democratica Jeanne Shaheen al Senato.
Da considerare la politica sui rimpatri, migranti ed estradizioni. Replica concettualmente il memorandum Italia Libia, solamente che le persone vengono realmente deportate. Qui esce l’accordo segreto tra Stati Uniti e Africa da 40 milioni di dollari per le deportazioni si trasforma in scandalo, con i migranti bloccati in Guinea Equatoriale.
Intanto le basi rimangono, Nigeria, Gibuti, ma si svuotano di contenuto. Il comandante di AFRICOM ha ammesso che la Cina supera gli USA nella spesa militare in Africa. Washington si trova a scegliere se riallineare completamente la propria strategia o presidiare il vuoto lasciato dalle uscite dal Sahel. Per ora: basi formali, droni, e sanzioni tardive al Rwanda.
Gli Stati Uniti stanno inoltre intensificando la loro collaborazione con i governi africani e i partner internazionali per garantire fonti alternative di minerali critici ed espandere le catene di approvvigionamento al di fuori della Cina.
La presenza militare c’è. La visione strategica no.
RUSSIA: la geografia delle miniere d’oro e i movimenti dei gruppi paramilitari sono ora i principali indicatori dell’influenza russa in Africa. Africa Corps, ex Wagner, è dispiegato in Repubblica Centrafricana, Libia, Sudan, Mali, Burkina Faso. In Sudan ha prima supportato RSF per accedere alle miniere d’oro, poi ha cambiato campo verso SAF in cambio di una base navale sul Mar Rosso a Port Sudan, progetto poi sospeso per instabilità interna.
Le riserve auree russe hanno raggiunto un record di 310 miliardi di dollari a dicembre 2025: l’oro africano serve a finanziare la guerra in Ucraina aggirando le sanzioni occidentali. In Burkina Faso la giunta ha concesso a Nordgold, società russa con legami Wagner, una licenza mineraria industriale per il giacimento di Niou. Il modello è semplice: sicurezza in cambio di risorse. Non è nation-building. È estrazione con guardie armate.
CINA: al FOCAC 2024 Xi Jinping ha impegnato 50,7 miliardi di dollari in tre anni per infrastrutture, commercio e sicurezza in Africa. Una base militare ufficiale a Gibuti, di fronte al Bab el-Mandeb. Una rete portuale commerciale dalla Mauritania alla Namibia. Al summit FOCAC: 20 programmi digitali, 30 progetti energetici puliti, 20 laboratori di ricerca congiunti, 5 zone di cooperazione industriale, 10 parchi industriali.
La Cina domina la lavorazione e l’esportazione globale di terre rare e altri minerali strategici, esercitando un controllo significativo sulle catene di approvvigionamento della difesa statunitensi e occidentali.
Pechino non parla di guerra. Parla di sviluppo. Forma ufficiali militari africani, costruisce strade, finanzia porti. Lo spostamento è da grandi infrastrutture a progetti “piccoli e belli” (risposta alle critiche sul debito) ma il modello di influenza rimane lo stesso. Il soft power cinese è il più capillare e il meno visibile di tutti.
Medio Oriente // UAE, Arabia Saudita, Israele, Iran: le linee di faglia si stanno chiarendo: UAE supporta gruppi paramilitari e secessionisti in tutta la regione, Arabia Saudita costruisce coalizioni politiche per preservare i confini statali esistenti. UAE ha trasportato centinaia di carichi di armi verso i paesi intorno al Sudan per rifornire RSF. Arabia Saudita stava mediando un accordo da 1,5 miliardi tra SAF e Pakistan. Sono i due principali finanziatori di fazioni opposte nella stessa guerra civile.
UAE Israele Etiopia stanno costruendo un asse nel Mar Rosso (basi, porti, Somaliland riconosciuto) che Arabia Saudita ed Egitto leggono come tentativo di aggirarli e accerchiarli.
RISULTATO: ogni conflitto nell’arco ha almeno due sponsor esterni in competizione tra loro. Sudan, Somalia, Etiopia, Yemen: stessa logica, attori diversi, stesso meccanismo.
Nessuno di questi attori vuole la pace. Vogliono posizioni.
NOTARE LA STRUTTURA : non il bollettino di guerra
Il denominatore comune non è il terrorismo, non è la povertà, non è il tribalismo: le spiegazioni che l’Occidente usa quando non vuole spiegare.
Il denominatore comune è questo: lo stato si ritira e delega il controllo del territorio a milizie, proxy, forze paramilitari. In Oromia, in Amhara, in Sud Sudan, nel Sahel.
La delega armata non è una soluzione: è il prolungamento del conflitto con altri attori e minori scrupoli.
E noi fissiamo il Medio Oriente.
L’effetto Troxler non è un’anomalia cognitiva. È una scelta, spesso inconscia, a volte guidata. Quello che sparisce dal campo visivo non sparisce dalla realtà. Brucia, in silenzio, finché non brucia abbastanza da non poter più essere ignorato.
A quel punto, di solito, è tardi.