
Veniamo continuamente bombardati h24 dal rumore informativo e siamo immersi nell’infodemia e gran parte vittime inconsapevoli della guerra cognitiva.
Personalmente cerco di selezionare le notizie e i canali informativi: cerco di scremare il mainstream allineato ad una certa logica sistemica per ritrovarmi in una bolla di informazione e notizie di nicchia, di molte tematiche e contesti volutamente dimenticati.
Guardo le notizie e mi fermo. Gaza. Sudan. Congo. Etiopia e Tigray. Il Corno d’Africa che brucia lentamente, dimenticato dai titoli di prima pagina, solo per citarne alcuni.
Viviamo in un pianeta, l’unico che abbiamo, i cui governanti sembra che abbiano perso il filo logico: sembra tutto sempre più umanamente irrazionale ed in contrapposizione con un mondo idealizzato sul risultato come unico fine, all’analitica del dato, logico e asetticamente performativo delle AI.
Mi chiedo cosa avrebbe detto un intellettuale del passato, grande conoscitore del mondo iteriore e dell’essere umano come Carl Gustav Jung.
Non il Jung delle citazioni rassicuranti che circolano sui social, quello delle frasi edificanti con il tramonto come sfondo.
Il Jung vero: quello che ha attraversato due guerre mondiali, che ha visto il nazismo nascere nel cuore della cultura europea, che non si è fatto illusioni sulla natura umana, ma non ha nemmeno smesso di crederci, tanto da farne colonna portante di ricerca ed esplorazione nella sua vita.
Perché proprio Jung? Perché ha mappato quegli strati profondi della psiche (paura, bisogno di appartenenza, proiezione dell’ombra – legati al campo preverbale ovvero ciò che si percepisce prima di avere le parole per spiegarlo) che le piattaforme digitali oggi agganciano sistematicamente.
Non a caso: l’algoritmo ottimizza per la reazione emotiva più intensa, e Jung aveva già capito dove abitano le reazioni più intense nell’essere umano: lo ha preceduto di un secolo.
L’algoritmo lavora sull’intrattenere l’attenzione degli utenti nella polarizzazione e nel rumore. E’ il campo di battaglia ottimale della guerra cognitiva citata in apertura. L’arma principale è la riscrittura del contesto con nuova narrazione, non importa che sia fake o real, e nel contempo lo svuota dal suo significato originale per destabilizzarlo. Il fine è orientare la percezione degli individui: se non c’è contrapposizione cognitiva il sistema vince annientando così il pensiero critico.
Probabilmente Jung avrebbe detto che quello che vediamo fuori è sempre uno specchio di quello che non vogliamo vedere dentro.
La proiezione come meccanismo di guerra
Jung aveva un concetto preciso per definire questo: l’ombra.
Tutto ciò che non riconosciamo in noi stessi, che non vogliamo confessarci (la violenza, la cupidigia, la paura, il bisogno di dominio) non sparisce, ma si sposta su un altro piano.
Si proietta sull’altro, sul diverso, sul nemico: il nemico diventa il contenitore di tutto quello che non sopportiamo di noi stessi. Proiezione, riflesso.
Le guerre non nascono dalle risorse o dalle frontiere. Quelle sono solo le giustificazioni che costruiamo dopo: le storie che ci raccontiamo per dare un nome a qualcosa che viene da molto più in profondità.
Le guerre nascono dall’ombra collettiva non integrata, da popoli, nazioni, ideologie che non hanno mai fatto i conti con se stesse. Qui potrebbe scaturire l’emersione di archetipi ed analogie come i fascismi e il perché in Italia se ne parla ancora oggi e non se ne salti fuori.
Il nemico è sempre una delle nostre ombre interiori travestita con un’altra bandiera.
Qui mi rendo conto che è scomodo dirlo, ma con questo approccio emerge che guardare i contesti di guerra e crisi come Gaza, la Repubblica Democratica del Congo, l’Ucraina… solo come mero problema geopolitico, economico e militare, per quanto necessario dal punto di vista di analisi, non basta. Non dovrebbe bastare più: non in un’epoca in cui abbiamo gli strumenti per capire e continuiamo a scegliere di non farlo.
Quindi manca ancora uno strato, quello del punto di vista dell’individuo: cosa stiamo proiettando lì? Cosa non vogliamo vedere di noi?
L’inconscio collettivo non va in vacanza
Che cos’è l’inconscio collettivo: è la memoria evolutiva dell’umanità intera, che ognuno di noi porta dentro senza saperlo. Agisce su di noi e ci orienta che lo vogliamo o no.
Questo concetto l’ha idealizzato in maniera originale lo stesso Jung: l’inconscio collettivo è uno strato profondo della psiche che non appartiene all’individuo, ma all’intera specie umana. Non è quello che hai rimosso tu nella tua vita: quello è l’inconscio personale. È più antico. È il deposito condiviso di tutto ciò che l’umanità ha vissuto, temuto, sognato e ripetuto da quando esiste.
Viviamo in un’epoca che ha dato alla razionalità tecnica un potere senza precedenti. Abbiamo strumenti per comunicare, per curarci, per spostarci, che nessuna generazione prima di noi ha avuto.
Eppure la violenza non è diminuita. Si è solo aggiornata: più efficiente, più spettacolare, più mediata dagli schermi.
Al contempo viviamo in un momento storico catalizzato dagli algoritmi, dalle AI che creano crepe nella democrazia attaccate dalle tecnocrazia.
Jung avrebbe riconosciuto il paradosso.
Più la coscienza collettiva si illude di controllare il mondo esterno, più l’inconscio collettivo accumula pressione. Come un muscolo che non viene mai rilasciato, resta sempre contratto, rigido, in tensione, ma prima o poi qualcosa cede e non sempre nel posto in cui te lo aspetti.
Il problema non è la tecnologia, non è la politica, non è l’economia. Il problema è che abbiamo esternalizzato tutto, anche la nostra vita interiore.
Siamo diventati esperti del fuori e analfabeti del dentro.
Il lavoro che nessuno vuole fare
Jung aveva una risposta su questo e non è rassicurante.
Il mondo non si salva con le ideologie giuste o con i leader migliori.
Si salva, se si salva, un individuo alla volta che decide di diventare più cosciente.
Per questo è un lavoro che costa fatica individuale: guardare le proprie ombre invece di proiettarle. Integrare invece di scindere. Sviluppare, lentamente e faticosamente, quello che lui chiamava individuazione, ovvero il processo di diventare davvero se stessi, non la maschera che il mondo si aspetta.
È un lavoro invisibile. Non fa notizia. Non si misura in like o in PIL.
È un processo lento, personale, spesso doloroso.
Effettivamente è l’unica trasformazione reale che riconosco.
Questo perché ogni individuo che integra la propria ombra:
- smette di proiettarla.
- smette di aver bisogno di un nemico.
- smette di alimentare inconsapevolmente il rumore collettivo che, moltiplicato per miliardi, diventa guerra.
Non è poi quello che analogamente dice Papa Leone XIV sui linguaggi?
“Cominciamo a disarmare il linguaggio, rinunciando alle parole taglienti, al giudizio immediato, al parlar male di chi è assente e non può difendersi, alle calunnie. Sforziamoci invece di imparare a misurare le parole e a coltivare la gentilezza: in famiglia, tra gli amici, nei luoghi di lavoro, nei social media, nei dibattiti politici, nei mezzi di comunicazione, nelle comunità cristiane.”
Non è idealismo o moralismo: è meccanica. L’ombra proiettata, scala. L’ombra integrata si ferma lì.
Stare nel caos senza perdersi
Non ho risposte definitive e cosa più importante, non le cerco più con la stessa urgenza di prima. Questi sono solo spunti di riflessione condivisi.
Quello che ho imparato, dal corpo, dal silenzio, da qualche confronto coraggioso con le mie ombre, è che la prima cosa da fare è smettere di essere rumore.
Smettere di reagire a ogni stimolo, di lasciarsi attraversare dal panico collettivo come se fosse il proprio, di confondere l’indignazione con la comprensione.
Non è indifferenza. È la condizione necessaria per vedere davvero.
Jung diceva:
“Chi guarda fuori sogna. Chi guarda dentro si sveglia.”
Quindi non dovrebbe bastarci più guardare le mappe dei conflitti, ma dovremmo voler approfondire che cosa li genera realmente.
Per poterlo fare bisogna iniziare da dove possiamo essere sicuri di poter agire davvero: l’unico posto di cui dovremmo avere il totale controllo, ovvero noi stessi.
Non è una fuga dal mondo. Non è spiritualità, moralismo o concetto new age.
È forse l’atto più politico che esista.
Mai come oggi il mondo ha bisogno di persone sveglie, non di persone rumorose.
E svegliarsi, come sempre, costa fatica ed inizia col silenzio.