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Davide Tommasin ዳዊት

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Il linguaggio non descrive la realtà: la costruisce

Pubblicato il 11/03/26, 3:27 pm

Il linguaggio non descrive la realtà: la costruisce

Il linguaggio e le parole sono i mattoni che costruiscono la realtà. Un ben preciso tipo: la realtà individuale.

Il processo avviene non nel senso poetico o filosofico che potrebbe sembrare a prima vista, ma nel senso operativo, concreto ed anche pericoloso.

Provare a capire com’è strutturato il processo e comprendere la sua stratificazione è forse l’atto più sovversivo che un individuo possa compiere oggi. 

Non per ideologia, non per ribellione, ma per pura sopravvivenza cognitiva.

La sequenza che pensavamo di conoscere

L’intuizione comune è questa: le parole creano il senso.

Nomino una cosa e acquista significato. Sembra ovvio perché è l’ordine in cui lo sperimentiamo consapevolmente: prima la parola, poi la comprensione.

E’ illusione, è controintuitivo, ma non è così.

La realtà è che il senso precede la parole.

Il senso arriva prima, è una sensibilità pre-verbale: arriva prima che possiamo individuare le parole per spiegarlo. Le parole arrivano di conseguenza, quando il senso emerge, dall’intuizione arriva in superficie e si rende visibile al verbo: allora lo possiamo descrivere.

C’è qualcosa che sento, so che lo percepisco, ma non so dargli forma: quello è il senso.

Il senso c’è, la parola manca e quando finalmente trovi le parole ecco che decomprimi, rilasci: non hai trovato, ma fai emergere qualcosa che già esisteva nel profondo.

Lo senti prima — nel corpo, nell’intuizione, in quella zona pre-verbale che molti di noi conoscono bene ma faticano a nominare. La parola arriva dopo, a dare forma a qualcosa che era già lì come pressione, come direzione, come tensione verso qualcosa di indefinito.

Senso come parola: radice etimologica dal latinio che la associa e la relaziona a sentire e sensibilità. Non tre cose diverse, ma tre declinazioni della stessa capacita fondamentale.

Gli strati del processo: dal campo potenziale alla realtà

Esiste una gerarchia del processo individuale che porta dal potenziale, dove tutto può essere ed esistere, ma è indefinito, non ha ancora forma, per poi arrivare alla realtà attraversando vari livelli di coscienza.

La gerarchia non è arbitraria, ma strutturale e conoscerla cambia il modo in cui leggi il mondo: nuova chiave di lettura.

  1. La substantia : dall’etimologia del termine sub e stantia, ovvero quello che sta sotto, alla base. E’ la parola espressa da Spinoza: il campo potenziale, non c’è forma, ma c’è il tutto. Il reale prima di qualsiasi categoria. Si può declinarlo in flusso. Quello che le tradizioni chiamano in altri modi diversi, ma indicano nella stessa direzione. Innominabile per definizione: se lo nomini, se cerchi di categorizzare il potenziale, stai già al livello successivo.
  2. L’esperienza pre-verbale : il corpo che sente prima che la mente nomini. Qualia, percezione, quella stretta allo stomaco che non sai ancora spiegare. Ancora senza forma linguistica. È qui che vive la sensibilità autentica.
    NOTA: curiosità della parola qualia, ha una traduzione letterale dal latino qualis “di che tipo”. In italiano ha però significati surrogati e che si avvicinano, ma sempre parziali come esperienza soggettiva, il vissuto o in gergo accademico filosofico “proprietà fenomeniche”
  3. Il senso: la direzione che emerge dall’esperienza, dalla percezione. Non ancora parola, intenzione, orientamento. Si potrebbe definire la bussola prima della mappa: sai dove non vuoi andare prima di sapere dove vuoi andare.
  4. Il linguaggio : il senso che trova forma. La percezione, l’intuito, il senso diventa pensabile, comunicabile, condivisibile. Qui inizia la costruzione della realtà. Qui inizia anche il rischio.
  5. La realtà soggettiva : il mondo come lo abiti tu, costruito dal tuo linguaggio, dalla tua indole, dal tuo imprinting. È tua, ma non è neutrale
  6. La realtà condivisa : dove i linguaggi si incontrano e negoziano una versione comune. Cultura, valori, senso comune. Quello che “tutti sanno” senza che nessuno l’abbia deciso esplicitamente.
  7. La realtà istituzionale : la realtà condivisa cristallizzata in legge, morale, struttura di potere. Difficile da riscrivere perché ha smesso di sembrare costruita. Sembra naturale. È la trappola più sofisticata: le istituzioni producono il linguaggio con cui vengono descritte e giudicate. Per criticarle devi usare categorie di linguaggio che loro stesse hanno generato.
  8. La realtà mediata : quello che raggiunge la maggior parte delle persone. Non il mondo, non il senso. La rappresentazione del senso già filtrata, già frammentata, già orientata da qualcuno che ha scelto quale dito usare e dove puntarlo.

Il collo di bottiglia del processo potenziale/realtà

Qui sta il rischio reale e non si trova dove la maggior parte delle persone pensa che sia.

Se credi che il linguaggio generi il senso, hai sbagliato. La sequenza invertita è l’errore più comune ed anti intuitivo (quello in cui anche io sono caduto prima di rifletterci). Questo significa infatti che chi ti dà le parole ti dà la realtà. Punto.

Non c’è difesa perché non sai che stai ricevendo un costrutto non neutrale, già filtrato ed orientato dalle parole.

Se invece sai che il senso precede il linguaggio allora le parole che ricevi dall’esterno non sono la realtà, sono una proposta di realtà. Puoi confrontarle con il tuo senso pre-verbale. Qui la cartina tornasole che hai a disposizione è sentire l’attrito, la dissonanza di quando percezione (il pre-verbale) e le parole non coincidono.

La difesa è quella frazione di secondo tra ricevere una parola e lasciarla entrare come verità. Non serve essere filosofi per esercitarla. Serve solo ricordare che il tuo senso era già lì, prima che qualcuno ti desse le parole per descriverlo. Le parole arrivano dopo. Il senso è tuo.

Il rumore che copre tutto

La sensibilità, la percezione è l’antenna. Un’antenna in una stanza con troppo rumore non riuscirà a captare segnali deboli e sottili ed i segnali più importanti sono sempre di questo tipo.

Il pericolo reale non urla: sussurra. La dissonanza autentica non è ovvia, ma sottile. Il senso profondo non arriva con le notifiche, ma emerge nel silenzio.

Arriviamo al mondo di oggi e al male del nostro tempo: non è che le persone abbiano perso sensibilità per percepire il senso. Il mondo di oggi viene spesso descritto come asettico, performativo, senza anima, più rivolto a dati e analitica fini a se stessi. È una lettura parziale: vede il sintomo, non la struttura sotto.

L’antenna, la percezione umana e individuale è ancora presente, ma non riesce a captare quei segnali deboli, che sono il senso, perché sommersi dal rumore.

La società del rumore ha alzato la soglia minima di percezione al punto che solo i segnali forti (outrage, paura, scandalo, dopamina immediata) riescono a passare.

Il risultato non è una società che pensa male, ma una società che non riesce più a sentire prima di pensare: senza il sentire il senso non si forma e senza il senso il linguaggio non descrive la realtà. Sovrastruttura il rumore con altro rumore.

La connessione con la guerra cognitiva

Chi manipola la realtà non lavora in superficie, ma lavora al livello 4: il linguaggio.


Per capire i 3 livelli contestuali in cui questo avviene: Guerra Cognitiva: un vademecum per chi vuole sporcarsi le mani

Descrizione dei livelli e teatri della guerra cognitiva che determina un unico effetto finale: la tua soglia critica che si abbassa, lentamente, senza che tu te ne accorga.


Questo perché chi controlla le parole con cui una cosa diventa pensabile controlla cosa può essere pensato.

Non ti dicono cosa pensare. Ti danno le parole con cui pensi. E quelle parole hanno già i muri incorporati e creano confini, recinti: frame.

Esempio: il Ma (間) è un concetto fondamentale della cultura giapponese che indica l’intervallo, la pausa o lo “spazio vuoto” tra due elementi (spaziali o temporali) le note, le parole, i gesti. Non esprime assenza, ma presenza di un altro tipo. In italiano non esiste nemmeno la parola. Arrivo al punto: quello che non puoi nominare, difficilmente lo puoi concettualizzare ed immaginare e quello che non puoi immaginare non riuscirai a definirlo.

Chi controlla la traduzione controlla il senso. Chi controlla il senso costruisce la realtà di chi legge. Chi decide quali parole esistono in una lingua decide i confini del pensabile.

Oppure guarda la “grammatica della propaganda” dei media occidentali: “persone rimaste uccise”, “palazzi crollati” (leggi l’analisi di Katia Amore sul “Passivi – Aggressivi” nel giornalismo come arma di orientamento della percezione).

Il passivo senza agente, senza soggetto, non è solo eufemismo, ma cancellazione ontologica della causalità. Non c’è chi ha ucciso, non c’è chi ha bombardato: c’è un evento che è accaduto, come un terremoto. La morte diventa fenomeno naturale invece che atto umano deliberato. E quando la causalità sparisce dal linguaggio, sparisce dalla percezione. E quando sparisce dalla percezione, sparisce dalla possibilità di essere giudicata moralmente e politicamente.

Non è rimappamento delle opinioni. È rimappamento della realtà percepibile.

La difesa

Non è tecnica e non è una lista di cose da evitare o da verificare.

È una pratica quotidiana di presidio della soglia tra il sentire, la percezione ed il nominare.

La pratica

Premessa: Queste che seguono sono linee guida generali, non dogma da seguire: la strada è aperta, serve volontà di esplorazione individuale, allenamento nella sensibilità, nella percezione di captare quei segnali sottili, cercando di fare silenzio così da scremare parte del rumore.

Recupera il pre-verbale. Il corpo sa prima. Quella sensazione (sensibilità, percezione) che qualcosa non torna (prima di razionalizzarla, prima di cercare le parole per spiegarla) è informazione. Non ignorarla.

Proteggi il silenzio. Non come lusso o preferenza. Come manutenzione dello strumento. Senza silenzio i segnali captati dalla sensibilità non trovano il tempo di diventare senso. Restano rumore.

Osserva il linguaggio che ti viene dato. Non i contenuti, ma la struttura. Quali parole vengono usate sistematicamente. Cosa diventa impensabile in assenza di certe parole. Dove il linguaggio crea confini invece di descriverli.

Torna alla radice dei termini. Sentire, senso, sensibilità: la lingua porta memoria. Le radici etimologiche sono mappe di senso più antiche delle manipolazioni recenti.

E quando senti attrito tra una parola che ricevi e qualcosa di pre-verbale che già sai, fidati dell’attrito. È il tuo sistema che rileva una dissonanza tra la proposta di realtà e il tuo senso già formato.

Quell’attrito non è fastidio. È salute.

La guerra cognitiva opera sugli ultimi 3 livelli della lista.

Ma cambia tutto solo chi presidia il quarto.

Il linguaggio è lo strato dove il reale diventa costruzione.

Tenerlo consapevole: sapere che le parole che usi e ricevi non sono neutre, che portano storia, intenzione, confini, è l’atto più radicale di igiene epistemica disponibile a chiunque.

Senza strumenti speciali, senza competenze tecniche.

Solo attenzione. Solo la volontà di fermarsi un secondo prima di lasciar entrare la parola come realtà, fare silenzio ed ascoltare.

Quello spazio è la libertà.

#CognitiveWar

 
Davide Tommasin
Davide Tommasin

Un po’ nerd, un po’ ciclista con la voglia di tornare a girare l’ Etiopia

http://www.tommasin.org

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