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Davide Tommasin ዳዊት

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Non è una guerra: è un sistema

Pubblicato il 22/03/26, 1:52 pm

C’è una frase che mi ha fermato. Pronunciata da un ex primo ministro israeliano. Mai smentita.

Non è uscita da un’intercettazione illegale e non è stata estratta da un contesto che ne distorce il senso. È registrata negli Epstein files (quei documenti che il sistema ha cercato di tenere chiusi il più a lungo possibile e ad oggi l’informazione continua strumentalmente a non parlarne) e la pronuncia Ehud Barak, ex capo delle forze armate, esponente di quella che in Israele viene chiamata “sinistra” (estratto audio):

“Dicevo sempre a Putin, sempre, quello di cui abbiamo bisogno è solo un altro milione per cambiare Israele in modo radicale, radicale. Il milione di russi. A differenza dei padri fondatori, che dovevano accettare quello che veniva …dal Nord Africa, dal mondo arabo… ora possiamo essere selettivi. Possiamo controllare la qualità in modo molto più efficace.”

Qualità. Di persone. Selezionate per etnia e provenienza. Discusse con un trafficante sessuale condannato, mentre si parla di ridisegnare demograficamente uno Stato.

Non scrivo questo per accusare Barak di essere la chiave di tutto. Lo scrivo perché quella frase è una finestra. E quello che si vede attraverso non è un’anomalia: è una struttura.

Vale la pena precisarlo: indipendentemente dal contesto in cui è stata pronunciata (e il contesto Epstein è, per definizione, compromesso) quella frase non è mai stata smentita né contestata da Barak stesso. Non è un documento trafugato e manipolato. È una dichiarazione che il suo autore non ha ritenuto necessario correggere. Questo non la rende una sentenza. La rende un dato.

Il trauma come architettura

Per capire quello che sta succedendo in Israele (ed anche quello che succede ogni volta che provi a parlarne senza essere automaticamente archiviato come antisemita) bisogna partire da una distinzione che il dibattito pubblico si rifiuta sistematicamente di fare.

Gli ebrei sono stati perseguitati. La Shoah è avvenuta. Questi sono fatti, e non sono in discussione qui né altrove.

Ma c’è una differenza abissale tra la memoria di un trauma e l’uso politico di quella memoria come scudo. La prima è necessaria, umana, doverosa. Il secondo è una operazione di potere e come tutte le operazioni di potere, va analizzata per quello che è, non per quello che dichiara di essere.

Il cortocircuito contemporaneo funziona così: chiunque critichi le politiche del governo israeliano (non gli ebrei, non la storia, non la cultura) viene immediatamente accostato all’antisemitismo. Non sempre per malafede: a volte è un riflesso condizionato, il prodotto di decenni di un certo tipo di formazione identitaria. Ma spesso è una tecnica deliberata di chiusura del discorso.

Chiamarla per quello che è, ovvero una tecnica, non un argomento, non è antisemitismo, ma analisi.

Il nemico non viene solo da fuori

C’è una cosa che il mondo ebraico ha costruito con straordinaria efficacia nel corso della storia: cultura del linguaggio.

La chevruta è il tradizionale metodo ebraico di studio e confronto in coppia di testi sacri, come il Talmud o la Torah, che avviene nella yeshiva (o yeshivah), tradizionale istituzione educativa ebraica.

La disputa come metodo cognitivo trasmesso fin dall’infanzia: tutto questo ha prodotto una capacità argomentativa che poche culture possono pareggiare. Non è un giudizio etnico: è una caratteristica culturale trasmessa, osservabile, storicamente radicata.

Questa forza ha permesso la sopravvivenza in condizioni di diaspora e persecuzione che avrebbero dissolto altri gruppi. Ma ogni forza può essere capovolta. E questa lo è stata.

La stessa capacità di costruire narrative, di presidiare il linguaggio, di occupare gli spazi simbolici del discorso pubblico, è diventata nelle mani di una classe dirigente specifica uno strumento di controllo. Non sul “nemico esterno”, ma prima di tutto sul proprio popolo.

Il mondo ebraico-israeliano non ha un solo nemico. Ne ha due. Uno esterno, reale, documentato, dall’antisemitismo di strada alle ostilità geopolitiche. E uno interno, meno nominato: quella classe dirigente, quegli ultraortodossi, quella rete lobbistica internazionale che ha interesse strutturale a mantenere vivo il senso di assedio, perché da quel senso di assedio trae la propria legittimità.

Finché un ebreo si becca insulti razziali a Berlino, lo scudo funziona. Finché il pericolo è visibile e reale, il protettore è necessario. È la logica di ogni sistema di potere che si regge sull’identità del gruppo che dice di proteggere.

Due popoli, un sistema

Gaza è stata rasa al suolo, decine di migliaia di palestinesi uccisi. I numeri non sono opinioni.

Ma la domanda che quasi nessuno pone con sufficiente chiarezza è: chi ha interesse che questo conflitto non finisca mai?

Non è una domanda retorica. Ha risposte concrete, con pesi e gradi di responsabilità diversi.

Netanyahu che affronta processi penali interni per corruzione e su cui pende un mandato di arresto della Corte Penale Internazionale per crimini di guerra, ha interesse strutturale alla continuazione del conflitto: finché governa, è protetto.

Hamas, che il 7 ottobre 2023 ha compiuto un massacro deliberato di civili israeliani, e che da allora usa i propri civili come scudo materiale e simbolico, ha costruito la propria egemonia su Gaza in opposizione speculare a Israele. Senza un nemico esistenziale, perde la propria ragion d’essere.

A un livello diverso, meno visibile, ma strutturalmente più stabile, ci sono quelli che dal conflitto traggono beneficio senza doverlo alimentare attivamente: l’industria degli armamenti occidentale (Italia terzo fornitore mondiale di armi a Israele dopo USA e Germania, con forniture continuate anche dopo il 7 ottobre nonostante le smentite ufficiali del governo Meloni) che in Gaza ha un laboratorio a cielo aperto e un catalogo commerciale aggiornato in tempo reale; le monarchie del Golfo, che usano il conflitto come distrazione dalle proprie contraddizioni interne mentre normalizzano silenziosamente i rapporti con Tel Aviv; l’Iran, che sostiene Hamas e Hezbollah non per convinzione ideologica ma come pedine di proiezione regionale.

Non è un elenco equivalente. È una mappa di interessi stratificati, con responsabilità diverse per intensità e prossimità. Nominarli insieme non significa equipararli: significa descrivere il sistema in cui operano.

I civili israeliani del sud che vivevano nei kibbutz e i civili palestinesi di Gaza hanno qualcosa in comune: entrambi sono stati abbandonati dalle rispettive classi dirigenti. Entrambi sono stati usati come materiale di conflitto da chi siede più in alto.

Questa non è una equivalenza morale tra vittime e carnefici. È una descrizione di sistema.

Quello che resta sottotraccia

C’è un motivo per cui tutto questo raramente emerge nei media mainstream. Non è necessariamente una regia, è fisica.

Il costo asimmetrico dell’approfondimento: per anni Netanyahu ha sostenuto Hamas, ma chi scrive che Netanyahu ha consapevolmente permesso il flusso di fondi qatarini verso Hamas, ignorando due avvertimenti dell’intelligence interna che quei soldi finanziavano l’ala militare, rischia accrediti, querele, isolamento professionale. Chi scrive “Hamas è terrorismo” non rischia nulla.

L’asimmetria del rischio produce asimmetria dell’informazione: senza bisogno di telefonate che bloccano articoli.

A questo si aggiunge che la complessità reale è incomprimibile nei format dominanti dell’informazione. Quello che hai letto fin qui non si condensa in un titolo. E quello che non si condensa in un titolo, nel ciclo mediatico attuale, tende a non esistere.

Scrivo questo come opinione, non come sentenza. Sono un osservatore con una prospettiva, non un tribunale. Ma osservo da abbastanza tempo (il conflitto in Tigray, le dinamiche del Corno d’Africa, i meccanismi con cui i sistemi di potere usano le identità collettive come combustibile) da riconoscere una struttura quando la vedo.

Quella struttura ha un nome: guerra cognitiva. E il suo campo di battaglia principale non è tra israeliani e palestinesi. È dentro le menti di chi guarda, convinto di capire, mentre il frame che usa per guardare è stato costruito da qualcun altro.


Questo articolo è una riflessione personale, interpretazione soggettiva ergo criticabile. Ogni dato riportato è verificabile da fonti disponibili pubblicamente.

 
Davide Tommasin
Davide Tommasin

Un po’ nerd, un po’ ciclista con la voglia di tornare a girare l’ Etiopia

http://www.tommasin.org

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