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Etiopia, nuovi combattimenti in zona di confine tra Amhara e Tigray

Scoppiano combattimenti ed un nuovo fronte di guerra nei dintorni di Kobo, nella regione Amhara sul confine meridionale con lo stato regionale del Tigray.

Lo confermano testimonianze di alcuni residenti:

“Sto sentendo il suono di armi pesanti a partire da questa mattina”, ha detto a Reuters un contadino della zona di Kobo che non voleva essere nominato. “La scorsa settimana, ho visto le forze speciali di Amhara e milizia Fano dirigersi al fronte in autobus”.

Anche il portavoce delle forze tigrine per mezzo social riporta che:

“Il regime di Abiy ha lanciato un’offensiva contro le nostre posizioni nel fronte meridionale. Dopo una settimana di provocazioni utilizzando le divisioni delle forze speciali Amhara, la milizia Amhara da tutta la regione e oltre e Fano da Wollo, il comando meridionale si è unito alla mischia lanciando un’offensiva su larga scala. Le nostre forze stanno eroicamente difendendo le nostre posizioni. La campagna ben orchestrata dal regime alla comunità internazionale è stata ora rivelata per il dramma che è sempre stata!”

Etiopia, nuovi combattimenti in zona di confine tra Amhara e Tigray
Etiopia, nuovi combattimenti in zona di confine tra Amhara e Tigray

Il 15 agosto c’erano state già nuove avvisaglie di una potenziale escalation nonostante la tregua umanitaria unilaterale dichiarata dal governo etiope: infatti nel giorno di ferragosto, mentre gli italiani erano in ferie indisturbati dalla catastrofe umanitaria in atto per milioni di etiopi, a Dedebit, c’è stato un’offensiva e scontro armato utilizzando mezzi pesanti federali sulle forze tigrine.

Un secondo residente ha detto di aver sentito anche armi pesanti e ha confermato che negli ultimi due giorni c’è stato un importante spostamento della milizia di Fano e delle forze speciali dalla vicina regione di Amhara all’area.

Dichiarazione del Comando militare dell'Esercito Tigray
Dichiarazione del Comando militare dell’Esercito Tigray

Come riportato da Reuters, il portavoce del governo etiope Legesse Tulu, il portavoce militare colonnello Getnet Adane e la portavoce del primo ministro Billene Seyoum non hanno risposto alle richieste di commento.

Mentre Martin Plaut in un tweet il 24 agosto commenta:

Da un amico ben informato: “Finora stanno avvenendo combattimenti in Oriente con la milizia Afar e in Occidente con la milizia Amhara hanno entrambi il sostegno di Isaias. Dovremmo aspettarci una spinta eritrea al Nord: Adigrat, OmHajer ecc…”

Questa offensiva che molti osservatori indicano come punto di ripresa della guerra genocida, ci sono molte ipotesi e speculazioni che si potrebbero sviscerare. Quello che rimane una disumanità reale e certa è che milioni di persone stanno subendo violenze dettate oltre che dai nuovi bombardamenti, anche da volontà politiche: stritolati da una morsa che crea sofferenza e morte.

Sono milioni i tigrini ancora isolati ed in attesa di supporto umanitario ormai da 22 mesi: molte zone rurali non sono mai state raggiunte dagli aiuti e tonnellate di materiale umanitario sta marcendo a Mekellé per mancanza di carburante per i potenziali mezzi di distribuzione: discriminante aggiuntiva è che i conti correnti, linee elettrica e telecomunicazioni sono ancora bloccate. Il Tigray è ancora confinato ed assediato, nonostante le dichiarazioni diplomatiche del governo centrale. Nelle regioni confinanti Amhara e Afar ci sono altrettanti milioni di sfollati interni in attesa di supporto umanitario. Una stima recente delle Nazioni Unite parlano di 13 milioni di persone in tutto il nord Etiopia ad essere bisognose di sostegno per la loro sopravvivenza.

In tutto questo contesto America ed Europa stanno seguendo e supportando gli sforzi disattesi dei comunicati di risoluzione pacifica e dei dichiarati negoziati di pace del governo centrale etiope. Anche l’Italia fa la sua parte sostenendo con nuovi progetti di cooperazione per lo sviluppo e la crescita economica dell’Etiopia, senza nulla proferire sulla tutela dei diritti umani ed in primis della vita di milioni di persone che non rischiano di morire per gli effetti del cambiamento climatico come sta capitando con la siccità dilagante in Somalia, in Kenya, ma per mere e becere volontà politiche.

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