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Davide Tommasin ዳዊት

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Dal Medio Oriente al Corno d’Africa: la terza guerra mondiale a pezzi

Pubblicato il 09/03/26, 10:30 pm

Dal Medio Oriente al Corno d'Africa: la terza guerra mondiale a pezzi

Papa Francesco lo aveva detto nel 2014. I pezzi si stanno componendo. E noi stiamo guardando nel posto sbagliato.

Nel settembre 2014, davanti al sacrario militare di Redipuglia (Gorizia), nel centenario della Prima Guerra Mondiale, Papa Francesco pronunciò una frase che nessun capo di stato aveva il coraggio di dire: “Stiamo vivendo una terza guerra mondiale a pezzi.”

La visita di Papa Francesco a Redipuglia e la teoria della guerra mondiale “a pezzi”
La visita di Papa Francesco a Redipuglia e la teoria della guerra mondiale “a pezzi”


Non era una profezia

Era analisi. Era la lettura lucida di un uomo che attraverso la rete mondiale della Chiesa aveva accesso diretto a realtà che i governi occidentali fingevano di non vedere: otto conflitti africani simultanei, il Medio Oriente in ebollizione, l’Ucraina, la Siria, l’Iraq.

Papa Francesco non aveva rivelazioni soprannaturali: aveva vescovi e missionari in ogni angolo del mondo che gli raccontavano quello che i media non trasmettevano.

Quello che nel 2014 erano pezzi distanti e apparentemente scollegati, oggi nel 2026 stanno perdendo gli spazi vuoti tra loro. Si stanno componendo.

E noi, come sempre, stiamo guardando il dito invece della luna: il sistema informativo occidentale aggrava la situazione perché focalizza ed orienta.

Il Medio Oriente come schermo (il dito)

Come un conflitto reale diventa ombra su tutto il resto

L’attacco USA-Israele all’Iran ha monopolizzato ogni schermo, ogni timeline, ogni conversazione geopolitica. È reale, è grave, è documentato: missili su Cipro, territorio dell’Unione Europea, per la prima volta nella storia. Spazio aereo chiuso. Scorte di intercettori in esaurimento. Una guerra avviata senza autorizzazione del Congresso, contro la volontà del 73% degli americani, mentre erano in corso negoziati diplomatici che stavano producendo risultati. Il diritto internazionale sempre più intaccato dalle politiche dei prepotenti: goccia a goccia, anche attraverso apparentemente innoque azioni diplomatiche.

Ma il Medio Oriente, per quanto reale e urgente, funziona anche come schermo.

Mentre tutti guardano l’Iran, il fuoco si è acceso già altrove: in un teatro che l’informazione mainstream non ha mai imparato a leggere come sistema. Probabilmente è più opportuno dire che non ha interesse a farlo.

Quello che nessuno connette esplicitamente è che la stessa rete di interessi e rivalità che ha prodotto la guerra per procura USA-Israele in Iran, attraversa simultaneamente un’altra regione del mondo: il Corno d’Africa. E il filo che le connette ha un nome semplice: Mar Rosso.

Il Mar Rosso come epicentro invisibile (la luna)

Non è una questione solo mediorientale. È la miccia.

Il Mar Rosso non è solo una rotta commerciale: è il corridoio per cui si combatte simultaneamente su almeno cinque fronti diversi, senza che nessuno li legga come parte dello stesso conflitto.

Sudan: la proxy war di Iran & UAE che nessuno nomina

La guerra è iniziata col tentato golpe delle milizie RSF – Rapid Support Forces il 15 aprile 2023 e che ha infiammato tutto il Sudan: milioni di sfollati, di rifugiati, ovviamente e disumanamente migliaia di morti uccisi in maniere atroci ed indicibili. Gli UAE – Emirati Arabi uniti negazionisti anche davanti alle evidenze, diretti sostenitori delle RSF.

Per capire le implicazioni di ingerenza in Sudan bisogna partire da una data: ottobre 2023.

L’Iran, rimasto per 7 anni fuori dal Sudan dopo la rottura diplomatica del 2016 legata alle tensioni con l’Arabia Saudita, ristabilisce i rapporti con Khartoum. Non è stato un gesto diplomatico simbolico. È stata una mossa strategica precisa: l’Iran vuole una presenza sul Mar Rosso e il Sudan è la porta d’ingresso.

Da quel momento i droni iraniani Mohajer-6 e Ababil-3 iniziano ad arrivare all’esercito regolare sudanese: le SAF Sudanese Armed Forces. Secondo gli analisti militari, senza quei droni l’esercito sudanese avrebbe rischiato il collasso di fronte all’avanzata delle RSF.

I droni iraniani hanno letteralmente cambiato le sorti di una guerra civile africana. Una guerra che l’informazione italiana ha quasi completamente ignorato.

Dall’altra parte del conflitto ci sono gli Emirati Arabi Uniti che finanziano, armano e supportano le RSF, le Rapid Support Forces del generale Hemedti.

Le armi sono cinesi, il canale è Dubai, il movente è l’oro: le RSF controllano le miniere aurifere del Darfur e contrabbandano lingotti attraverso il Ciad fino agli Emirati, dove entrano nel mercato finanziario globale ripuliti e anonimizzati. In violazione dell’embargo ONU: sistematicamente ignorata dalla comunità internazionale.

Il risultato è una proxy war silenziosa e devastante: Iran contro UAE, combattuto sul suolo sudanese, con 150.000 morti civili come costo collaterale.

Non è una guerra civile (quale guerra può definirsi tale?): è una guerra per interposta nazione. Il territorio conteso non è il Sudan in sé, ma l’accesso strategico al Mar Rosso.

Ora l’Iran è sotto attacco. I droni che arrivavano a Khartoum potrebbero smettere di arrivare. Le SAF potrebbero trovarsi improvvisamente esposte. Le RSF, private a loro volta dell’attenzione emiratina ora concentrata sulla sopravvivenza del Golfo, potrebbero decidere che questo è il momento di affondare il colpo. O viceversa. Ipotesi e speculazioni, è vero, ma come minimo da attenzionare.

In entrambi i casi: escalation non governata. In un paese che ha già 150.000 morti e milioni di sfollati. In totale silenzio mediatico. #KeepEyesOnSudan è l’hashtag su X (ex Twitter) per seguire gli aggiornamenti più attuali e molti da fonti dirette)

Il Sudan non è quindi solo una guerra civile dimenticata: è una miccia già accesa, il cui innesco dipende direttamente da quello che accade a tremila chilometri di distanza, nel Golfo Persico.

E non finisce qui.

L’Etiopia e il diritto esistenziale al mare

Quando la geografia diventa casus belli

Nel gennaio 2024 il primo ministro etiope Abiy Ahmed ha firmato un memorandum d’intesa con il Somaliland, territorio non riconosciuto internazionalmente, per accedere al porto di Berbera sul Mar Rosso. Ha dichiarato pubblicamente che riacquistare l’accesso al mare è “esistenziale” per l’Etiopia, prigioniera geografica dalla guerra di indipendenza eritrea del 1993.

La reazione è stata immediata e trasversale: Somalia, Eritrea, Egitto e Gibuti hanno risposto con durezza. Il presidente di Gibuti ha liquidato le ambizioni di Abiy con una frase lapidaria: “Non siamo la Crimea.“

L’Egitto, che ha le sue ragioni esistenziali da difendere sul Nilo contro la diga GERD etiope, ha risposto con minacce velate.

NOTA: la GERD è la grande diga del rinascimento etiope, costruita dall’italianissima ex Salini – oggi WeBuild legata al ponte sullo stretto di Messina e il Ministro Salvini come promotore strenuamente del progetto.

Israele ha riconosciuto il Somaliland, innescando l’opposizione immediata di Qatar, Arabia Saudita, Egitto e Turchia. Si stanno formando due blocchi non dichiarati: UAE-Israele-Somaliland-Etiopia da un lato, Turchia-Arabia Saudita-Egitto-Somalia dall’altro.

Non sono alleanze ideologiche: sono allineamenti opportunistici che tengono finché i patron esterni possono erogare risorse, armi e attenzione diplomatica senza danni reputazionali. Come ha scritto il ricercatore Brendon Cannon su The Conversation:

“What the Iran war changes is not who sets the Horn’s agenda, but the external conditions under which Horn actors pursue it.”

“Ciò che cambia con la guerra in Iran non è chi stabilisce l’agenda del Corno d’Africa, ma le condizioni esterne in cui gli attori del Corno la perseguono.

Traduzione: con UAE e Arabia Saudita ora concentrati sulla propria sopravvivenza nel conflitto iraniano, i conflitti del Corno d’Africa perdono i loro patron esterni e questo non produce stabilità. Produce escalation non governata.

I pezzi che nessuno connette

Dalla terza guerra mondiale a pezzi alla terza guerra mondiale

Proviamo a mettere in fila quello che sta accadendo simultaneamente nel 2026:

Guerra aperta e illegale USA-Israele contro Iran, con missili che hanno già colpito Cipro, territorio UE.

Spazio aereo mediorientale virtualmente chiuso, con la più grande interruzione del trasporto aereo globale dai tempi del COVID.

Guerra civile sudanese con 150.000 morti, alimentata da droni iraniani da un lato e armi emiratine dall’altro, con i patron ora distratti dalla crisi iraniana.

Tensione etiope-eritrea-egiziana sul Mar Rosso e sulle acque del Nilo, con Abiy Ahmed che potrebbe sentirsi incoraggiato ad agire mentre l’attenzione del mondo è altrove.

Infatti il Tigray è nuovamente sotto attacco con la minaccia di una nuova guerra : Etiopia ed Eritrea come principali co-attori.

Nello Yemen gli Houthi si tengono fuori dalla lotta tra Israele e Stati Uniti contro l’Iran, per ora! Temono ritorsioni da parte di Israele dopo i precedenti attacchi aerei e le perdite di leadership.

Sulle coste della Somalia il ritorno dei pirati e ISS – Institute for Security Studies intima che la collaborazione è fondamentale: gli schieramenti navali sovraccarichi e l’attenzione rivolta alla sicurezza del Mar Rosso hanno reso vulnerabili alcune parti dell’Oceano Indiano occidentale. Mentre gli Houti forniscono ai pirati somali tecnologie avanzate: le apparecchiature GPS possono tracciare le navi commerciali oltre le acque somale.

Ucraina che perde scorte di intercettori dirottate verso il fronte iraniano.

E in sottofondo, Russia e Cina che osservano e calcolano.

I pezzi di Papa Francesco non sono più distanti. Si stanno toccando.

La differenza rispetto al 2014 è questa: al tempo i pezzi erano geograficamente separati. Oggi quei nodi condividono le stesse reti di finanziamento, le stesse armi, gli stessi patron, le stesse rotte marittime. Quando uno si muove, tira gli altri.

Africa – Aggiornamenti del 11 marzo 2026

Gli occhi sul Medio Oriente e ci si dimentica del’ingerenza in #Africa dei Paesi m.o. tirati dentro indirettamente nella guerra illegale di #Trump e #Netanyahu in Iran.

L’impatto della guerra in Iran sul Mar Rosso e sul Corno d’Africa

  • Bloomberg riferisce dell’interesse di Israele per una base in Somaliland per contrastare gli Houthi
    https://bloomberg.com/news/features/2026-03-11/israel-eyes-red-sea-base-in-somaliland-to-fight-iran-backed-houthis
  • BBC Africa illustra nei dettagli l’importanza del campo statunitense Lemmonier a Gibuti per la sicurezza del Mar Rosso
    https://x.com/BBCAfrica/status/2031682365202809217
  • ABC News riferisce sull’ #Iran che potrebbe attivare risorse dormienti straniere
    https://abcnews.com/US/iran-activating-sleeper-cells-alert/story?id=130897687
  • L’ambasciata statunitense in Nigeria ha diramato un’allerta di sicurezza per segnalare una minaccia terroristica contro strutture statunitensi e scuole affiliate agli Stati Uniti in Nigeria. Non è chiaro cosa ci sia dietro, ma l’allerta si è estesa a Lagos.
    https://ng.usembassy.gov/security-alert-threat-to-u-s-facilities-and-schools-march-9-2026/

Perché nessuno lo dice (dal punto di vista occidentale)

Il sistema informativo come parte del problema

La domanda che vale la pena fare è semplice: perché nessuno dei grandi professionisti dell’informazione geopolitica connette esplicitamente questi puntini?

La risposta non è complottistica, è strutturale. Il sistema dell’informazione professionale è organizzato per conpartimenti: il corrispondente dal Medio Oriente, quello dall’Africa, quello dalla geopolitica energetica. Ognuno vede il suo pezzo con profondità. Nessuno è incentivato a connettere i pezzi tra gli altri comparti, non è il suo mandato, non è la sua rubrica, non è quello per cui viene pagato.

E poi c’è il meccanismo del dito e della luna che non è solo una metafora, è una dinamica cognitiva reale. Quando un conflitto occupa completamente lo spazio dell’attenzione collettiva, tutto il resto diventa invisibile non perché sia meno reale, ma perché il sistema percettivo saturo smette di registrarlo.

Le 150.000 vittime del Sudan non hanno la stessa infografica dell’Iran.

Gli 800.000 morti del Tigray in Etiopia, la guerra più letale del XXI secolo, sono stati quasi completamente assenti dall’informazione italiana per anni. Non perché non siano morti. Perché non entrano nel frame.

Papa Francesco lo sapeva nel 2014. Lo sapeva perché guardava il mondo nella sua interezza: non il dito, ma la luna. Non il conflitto che fa notizia, ma la tendenza globale che li connette tutti.

Non è stato uno statista di guerra, tutt’altro: la sua forza? Sapeva ascoltare ed osservare. Per queste due attitudini però ci vuole tempo ed oggi non c’è, è rubato dalla guerra all’attenzione, infodemia, fiume in piena che ci travolge h24.

Conclusione // Guardare la luna

Il Mar Rosso non è una questione mediorientale. È l’epicentro di una crisi che attraversa simultaneamente il Golfo Persico, il Corno d’Africa, il Nilo, le rotte commerciali globali e le scorte militari occidentali.

L’attacco illegale USA-Israele, all’Iran non è l’inizio di qualcosa: è il catalizzatore, l’acceleratore di qualcosa che era già in moto da anni. I pezzi erano già lì, in lento movimento come le faglie terrestri, un centimetro in meno verso la linea di non ritorno.

La terza guerra mondiale a pezzi di Francesco stava già componendosi. Il conflitto iraniano ha solo tolto i patron esterni ai conflitti africani, lasciandoli liberi di scalare, montare senza governance.

Guardare solo il Medio Oriente in questo momento è guardare il dito. La luna è più grande, più vicina e più pericolosa di quanto il frame dell’informazione mainstream permetta di vedere.

Un profeta ce l’aveva detto, ma non era un profeta: era un uomo che guardava il mondo intero invece di quello che faceva più notizia.

Oggi sembra che abbiamo dimenticato sia l’uomo che il concetto di terza guerra mondiale a pezzi: la gravità della situazione è che gli eventi convergono in maniera esponenziale.

Con queste premesse, il punto di non ritorno non è un’ipotesi. È una tendenza. Si riuscirà a sedarla? A che prezzo?


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#CognitiveWar #Iran #Sudan #CornodAfrica #TerzaGuerraMondiale


Nota: questo articolo è stato scritto con il supporto di Claude (Anthropic) come strumento di scrittura. Il pensiero, il framework analitico e le connessioni sono il risultato di ricerca e approfondimento personale. Se questo invalida il contenuto ai vostri occhi, siete nel posto sbagliato e probabilmente avete appena dimostrato involontariamente il punto centrale dell’editoriale sulla guerra cognitiva.

Davide Tommasin
Davide Tommasin

Un po’ nerd, un po’ ciclista con la voglia di tornare a girare l’ Etiopia

http://www.tommasin.org

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