
Storia degli scatoloni di Natale 📦
Era la vigilia di Natale. Le luci intermittenti tremavano sui balconi come stelle stanche, e l’aria sapeva di freddo, fritto e promesse ripetute ogni anno.
Per la strada camminavano due giovani. Non avevano oro né mirra, e nemmeno incenso.
Avevano scatoloni, grandi scatoloni, intonsi e pieni di bianchi imballi.
Lui trascinava un enorme cartone di televisore da 45 pollici, intatto, rigido, glorioso nella sua inutilità. Lo teneva davanti a sé come una reliquia sacra, come una sacra sindone moderna inamidata a grandezza d’uomo, lui curvo sotto il suo peso, con l’aria di chi sta compiendo un dovere antico e incomprensibile. Lei, poco dietro, portava un altro scatolone lungo e stretto, forse quello del piedistallo, forse solo un’appendice del rito.
Camminavano piano. Ogni passo era una fatica non capita, ma accettata.
Nessuno dei due pensò di aprire lo scatolone più grande. Nessuno pensò di piegarlo e ridurne il volume per praticità funzionale di trasporto. Nessuno pensò che il polistirolo, spezzato in un sacco, avrebbe smesso di essere aria travestita da materia.
Non perché fosse vietato. Non perché fosse difficile. Ma perché non era previsto.
Dalle finestre illuminate qualcuno li guardava passare. Un vecchio sospirò. Un bambino chiese: “Perché non lo rompono?” La madre rispose: “Non lo so. Dai, vieni che è pronto da mangiare.”
E così i due continuarono il loro pellegrinaggio, come pastori senza stelle, verso il cassonetto già colmo, dove lo scatolone non entrò. Lo appoggiarono accanto. Dritto. Intero. Perfetto.
Poi tornarono indietro a mani vuote, leggeri, sollevati, come dopo aver assolto un compito.
Quella notte nacque qualcosa, ma nessuno se ne accorse. Non un bambino, non una salvezza.
Nacque l’ennesimo Natale senza senso,
dove tutto era stato fatto correttamente
e nulla era stato davvero pensato.
E il mondo, come ogni anno, si augurò buone feste e Buon Natale.
L’aridità del mondo
Questa storia, dei due giovani, dei loro scatoloni, non è solo uno spaccato di attualità “sotto le feste”: è allegoria del mondo contemporaneo. Della globalizzazione, sinonimo estremo di ricerca di stabilità e benessere, ce ne siamo dimenticati perché ne siamo parte: come i nostri occhi che non possono vedersi, anche se guardano tutto il resto del mondo.
La globalizzazione, funzionale per la sua stessa esistenza, strumentalizza lo svuotamento dei contesti, ne toglie il senso per radicarsi al suo interno e regalare luci, suoni e allegria a chi vive dentro quelle scatole vuote.
Ogni azione, ogni oggetto, ogni interazione viene progressivamente ridotta a funzione: serve a consumare, a produrre, a sopravvivere, a seguire la procedura giusta.
Il senso delle cose
Che senso hanno le cose? Le cose NON hanno un senso: è il senso che gli viene conferito dagli individui che ne determina il senso intrinseco.
Che senso ha la vita? Come i valori, non sono dogmi, ma mutano a seconda della visione degli individui, delle persone che guardano: è soggettivo, individuale, alle volte può essere condiviso e comunitario, ma di fondo nasce sempre come tassello individuale.
La complessità, ma anche un traguardo per la crescita ed evoluzione globale degli esseri umani in qualcosa di più ampio e profondo, arriva proprio quando più individui cercano un senso comune delle cose. La risposta è porsi la domanda giusta. Qual è? Bisogna cercarla, sta tutto qui.
Al contempo, in questo sistema globalizzato, il senso non è più attribuito dagli individui, ma dissolto dalla logica esterna, quella del sistema stesso che si auto fagocita.
I desideri sono manipolati, la vita è canalizzata verso comfort e sicurezza: la fatica cognitiva, l’elaborazione di idee, concetti ed informazioni, è vista come un costo da evitare.
Il risultato è un mondo arido, dove non ci si brucia, ma si resta perennemente assetati di significato, incapaci di riconoscerlo anche quando potrebbe emergere. La vita quotidiana procede con gesti meccanici, rituali vuoti e comportamenti che sembrano “giusti” ma privati di senso reale.
La scena degli scatoloni è quindi un microcosmo di questa aridità: i giovani agiscono correttamente secondo procedure e abitudini, ma senza interrogarsi sul senso, senza percepire le conseguenze o la possibilità di ottimizzare.
È il riflesso di un mondo in cui il pensiero critico e l’elaborazione cognitiva profonda vengono percepiti come inutili, faticosi o addirittura pericolosi, e l’uomo diventa un ingranaggio passivo di un sistema che consuma attenzione, energia e, in ultima analisi, significato.
Contro il logorio della vita moderna? Pensiero critico, grazie!
In un mondo arido e svuotato di senso, alcuni individui, anomalie del sistema, mantengono un residuo di pensiero critico che permette loro di percepire il vuoto intorno.
La sfida è sopravvivere senza soccombere alla frustrazione: serve selettività cognitiva, distinguere tra ciò che è significativo e ciò che è rituale vuoto, e concentrare energie solo dove possono avere impatto.
Chi riesce a farlo attraversa l’aridità, creando piccole oasi di senso personale, senza illudersi di cambiare il mondo, ma senza diventare schiavo della sete di significato.
L’eco degli scatoloni 📦🎁
Il mondo continua a camminare trascinando scatoloni intatti. Le strade pullulano di rituali meccanici, di gesti privi di riflesso, di occhi che guardano senza vedere. Le persone si muovono come automi addestrati a ignorare la sete, allegre nella loro ignoranza, soddisfatte di avere sempre ragione pur non chiedendosi perché.
Chi resta lucido è condannato all’osservazione: vede l’assurdo, sente il vuoto, riconosce l’aridità. Ma la lucidità stessa diventa una sorta di punizione, perché nulla può davvero modificare il deserto che avanza. Eppure, in questa condanna, c’è una scintilla, la redenzione: chi sa ancora distinguere il senso dal rumore, chi sa scegliere dove impegnarsi, può trasformare il proprio piccolo spazio in un’oasi segreta.
Alcuni di questi individui potrebbero anche pensare di aprire il cuore e condividerne questo grande significato: il senso delle cose va percepito e dovrebbe essere almeno esplorato in superficie, anche se il regalo più grande è immergersi nel profondo.
E così, mentre i monoliti di cartone scorrono lungo le strade senza mai piegarsi, il pensiero critico resta l’arma invisibile, il gesto silenzioso, il fiore che sboccia nell’aridità. Non brucia, non urla, non conquista, ma resiste e in quell’invisibile resistenza c’è già una forma di vittoria: dono di rinascita delle coscienze.
Buon Natale a te e famiglia 🎄🎅