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Etiopia : La Guerra Non Guarda In Faccia Nessuno

In queste ultime ore sono uscite notizie di civili uccisi da parte del TDF – Tigray Defence Forces a Chenna, in Regione Ahmara.

Si calcola, da indiscrezioni (NON è possibile verificare in maniera indipendente) che siano state uccise dalle 150 alle 200 “civili innocenti, tra cui donne, bambini, anziani e diaconi”.

In questo articolo non si vuole accusare e lanciare sentenze su una parte o sull’altra: dovrebbero esserci realtà indipendenti e sovra nazionali (a mio parere visto che si parla di crimini di guerra e contro l’umanità) a dover giudicare, investigare e sentenziare criminali, responsabilità e condanne: chiunque abbia perpetrato abusi deve pagare.

Da testimonianze ricevute dirette al sottoscritto da parte di realtà umanitaria operante in Tigray, il messaggio ricevuto è stato:

Tigray oggi: la spirale di odio peggiora ogni giorno. Bambine stuprate da gruppi, senza speranza di recupero, bambini evirati col machete da parte di amhara.

Il desiderio di vendetta tra i tigrini cresce: se ieri l’ordine dei ribelli di era di imprigionare poi liberare i nemici, oggi è “ammazzate”

Degna di nota e da ricordare è l’ordine intimato ai militari del TDF, ovvero l’ordine di uccidere.

L’altro schieramento, quello che vede le forze di difesa govrnative per fermare i “terroristi” del TPLF – Tigray People’s Liberation Front, oltre a cercare di aumentare le unità di militari per mandare in prima linea, in questo ultimo periodo ha lanciato diversi appelli alla comunità etiope.

Un vera e propria chiamata alle armi per difendere la patria, l’ Etiopia, dai ribelli.

Per la storia passata il TPLF ha tutte le carte in regola e l’esperienza per poter avere una strategia bellica di prima linea molto più forte dei volontari etiopi che vengono messi e vogliono andare in prima linea a combattere.

Qualche osservatore li ha definiti crudamente carne da cannone.

Quindi le parti che si combattono sul campo di battaglia non sono i leader politici del governo centrale o regionale Amhara contro i membri leader del TPLF.

Quanto segue NON vuole essere la realtà dei fatti, ma sicuramente un’ipotesi probabile di quel che sta accadendo in prima linea durante gli scontri.

Se quei volontari, carne da cannone, che imbracciano i fucili, magari in una delle loro prime esperienze di guerra e chiaramente anche per salvarsi la vita, oltre che proteggere il territorio e la sicurezza nazionale come volontà del Premier Abiy, si vedono di fronte un altro essere umano, il così detto “ribelle” del TDF, che imbraccia un’arma puntata: la conclusione certa è che uno dei due soccomberà.

Molto probabilmente purtroppo l’epilogo sarà che la meglio la avrà chi avrà più esperienza: allo stesso modo quindi i soldati del TDF non possono fare a meno di difendersi da chicchessia: in guerra purtroppo è orribile da sentire, da leggere e da dire ma “mors tua vita mea”: quindi che si tratti di volontario, uomo, donna, diacono o bambino, nel momento in cui il soldato del TDF (allo stesso modo del nemico) dovrà cercare di prevalere se si trova alle strette.

E’ una bruttissima ipotesi (ed è una ipotesi del tutto personale quindi opinabile) ma sembra la più plausibile e sembra confermare l’ordine ricevuto dall’ alto e sembra confermare il perché dei civili uccisi da parte del TDF.

Questa ipotesi può venir appoggiata anche da una recente dichiarazione da parte del presidente regionale Ahmara che ha chiamato alle armi tutti i volontari che vogliano rendersi disponibili alla difesa del Paese, utilizzando anche le armi sequestrate in battaglia al TDF: carne da cannone purtroppo.

Ancora una volta ricordo che non sono i leader politici a combattere e che hanno loro obiettivi e strategia, ma sono quelli che muovono le pedine: pedine che mettono in gioco la loro vita in cambio. Da una parte i soldati del TDF, dall’altra molti volontari etiopi.

Il Tigray, a differenza delle Regioni Ahmara ed Afar, è chiuso su se stesso, è stato confinato per strategia di guerra tra i suoi confini territoriali in blackout da 10 mesi, con le risorse primarie cibo, carburante e medicinali che stanno per finire e gli aiuti umanitari (la quasi totalità) tagliati fuori, bloccati all’esterno – entrano col conta gocce. Quello che succede in quella regione purtroppo è dato sapere solo a chi vive in Tigray. Gli strascichi li possiamo vedere sulla linea di confine: come i 29 corpi di etnia tigrina trovati morti e recuperati tra Tigray e Sudan tra luglio ed agosto: alcuni di loro con segni di arma da fuoco, alcuni di loro con i polsi legati.

La comunità internazionale in tutto questo sembra che da 10 mesi di comunicati, intimazioni e di denuncia di guerra etnica e genocida, sia solo pronto ormai a legittimare indirettamente, con l’inazione, lo slogan e la campagna di propaganda supportato dal governo centrale e lanciato dagli etiopi contro gli USA che gridano “Giù le mani dall’ Etiopia”.

L’instabilità dell’ Etiopia, della sicurezza nazionale, della parte etno-socio-politica regionale e nazionale, va contestualizzata e per capire il perché siamo arrivati ad oggi con l’Etiopia che rischia il collasso, il Tigray rischia (forse ha già varcato la soglia) la balcanizzazione, bisogna avere visione della storia pregressa al novembre 2020.

Bisogna sondare e capire che oggi è solo l’apice di una storia passata e non è una guerra solo tra governo e ribelli, tra Abiy e TPLF: il contesto è ben più articolato.

La catastrofe umanitaria è in atto all’ interno del Tigray che è isolato dal mondo, un mondo che sembra in silenzio ed in attesa che le cose si sistemino da se: merito ai tanti operatori umanitari e realtà che si stanno dando da fare in prima persona per “tamponare” la situazione, supportare e aiutare le persone in difficoltà. Un ricordo e un ringraziamento anche ai 23 operatori che dall’inizio della guerra genocida in Tigray, dallo scorso novembre 2020, sono stati uccisi mentre facevano il loro lavoro, mentre portavano avanti la loro missione.

 

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